07 September 2010

La «lezione» di Muccino

feb 2nd, 2010 | Di UnaLettrice | Categoria: News, Spettacolo

baciami-ancora-cast

La mia avventura nel mondo Muccino è iniziata un mercoledì pomeriggio, al cinema Anteo di Milano dove Gabriele (Muccino, per l’appunto), Domenico Procacci e Piera Detassis davano vita ad una “Lezione di cinema”, informale ma piuttosto interessante.

Stranamente, rispetto al mio solito, ci sono andata con basse attese, dovute ad un sentimento non proprio di simpatia verso il noto cineasta…

La sorpresa inizia subito, all’ingresso del cinema, mentre si attende di entrare. Arrivano le amiche ma poco dopo arriva anche lui, sulla vettura distinta e oscurata. Eccolo là! Il divo. – penso. Invece no, scende tranquillamente, elargisce sorrisi e molti “grazie”, si concede per le foto senza lesinarsi né trascurare alcuno. (Comprese noi! Che grazie alla mia inesperienza con la macchina fotografica ho fatto il solito numero!)

La prima sorpresa.

Entriamo. Il cinema non è gremito, ma c’è una giusta quantità di folla: non troppa da togliere intimità, non poca da farlo sembrare un evento riuscito male.

Si prende posto e poco dopo la “lezione” comincia.

“Grazie per essere venuti” e “Mi sembra strano essere qui per una lezione, visto che ho ancora molto da imparare”.

Non cito testualmente, non potrei, ma se non ricordo male sono queste alcune tra le prime cose dette dal regista. E non hanno l’aria di essere un modo per conquistare la platea. Hanno un suono sincero e aperto.

La seconda sorpresa.

Credo che una delle più belle sensazioni sia sentire che qualcuno ti ascolta (veramente). Se ti capisce è tombola.

Un’altra è quando ti perdi nel torpore, nel trascinamento della vita di tutti i giorni, tra mille interrogativi senza risposta e poi, all’improvviso, intravedi o (ri)scopri qualcosa che emerge da quello che ti sembra tutto grigio e indistinto…

Ecco: ascoltare Muccino in diretta è stato un po’ così…

Nel mare delle «solite» parole, quelle sentite mille volte, pronunciate da voci diverse ma sempre con la stessa intonazione, dette da volti diverse ma sempre con la stessa espressione, e che per questo perdono significato diventando suoni quasi noiosi, ecco, dicevo, in questo mare prevedibile e banale, trovi parole che all’improvviso ti risvegliano, riconosci persone che riaccendono la mente, presenti o rese immortali dalle loro gesta che siano.

Da tempo non mi capitava di incappare in una persona pubblica e di trovarla «interessante», tanto da riaccendere il cervello a 360° per ascoltare e sentire tutto.

Muccino, contro ogni aspettativa, c’è riuscito. Perché ho sentito la sua passione. Mentre parlava del suo lavoro, emanava vibrazioni che mi hanno raggiunta, mi hanno trasmesso tutta la dedizione, la voglia, il desiderio, la fatica di poter fare ciò per cui si è sentito nato.

Nonostante i pregiudizi, non ho percepito alcun atteggiamento affettato, alcuna presunzione: del resto, la passione, quella vera, non chiede questo. Chi parla per passione annulla il senso del tempo, perde la forma e il filo di ciò che dice e va, va, va… Perché la passione ama la trasparenza, per uscire d’istinto, come viene, senza giri di inutili parole.

Tra steadycam, esordi silenziosi, viaggi tra Italia e USA, incontri fortunati, tenacia e coraggio, questo è quello che mi ha trasmesso: sana voglia di arrivare, avercela fatta e sentirsi ancora in cammino, e continuare a descrivere quel mondo, quella scelta, quella vita, con un senso di adesione piena.

Senza dimenticare gli inizi faticosi, lontani dal desiderio, ma che pure hanno lasciato qualcosa e forse segnato in modo indelebile e unico lo stile.

Non sempre, ma spesso il lavoro dell’artista baciato dalla notorietà dà l’idea di essere vissuto più come mezzo di successo che non come arte fine a se stesso. All’Anteo mi sono sentita circondata da una vera, profonda, disinteressata passione. Condita da una sana e spumeggiante complicità col produttore, Domenico Procacci: un rapporto di fiducia e stima, nate col tempo, costruite sul campo.

Stralci di vita e lavoro narrati con trasparenza, onestà, ironia, a volte vera e spontanea comicità.

La terza sorpresa.

All’uscita del film, ovviamente, in molti tra quotidiani, strisce televisive e radiofoniche, mensili hanno parlato di lui. Tra le tante cose dette, lo si è accusato di parlare della borghesia romana come fosse un limite: e di che altro (potrebbe) dovrebbe parlare? Del proletariato disoccupato dell’hinterland milanese? Qualcuno dovrebbe farlo, peraltro, ma non credo potrebbe essere lui! Lui può raccontare ciò che vede e sente. Probabile che queste storie nascano da lì.

Lo si è criticato per i suoi riferimenti agli editti bulgari & co. Ci mancherebbe non poter parlare male anche di chi ci finanzia! Anche perché è vero che lo distribuisce Medusa, ma mica lo fa per beneficenza!

Ovviamente, dopo tutto questo, la curiosità inevitabilmente ha portato a vedere il film al più presto.

I personaggi sono quelli de L’ultimo bacio. Le loro storie proseguono come quelle di noi tutti, tra entusiasmi, fatiche, sorprese, malattie, rimpianti, rimorsi… Qui ben raccontati peraltro. Lo stile è quello di Muccino, anche se meno trepidante.

La prima parte scorre veloce, avvince, coinvolge. La seconda un po’ meno, nonostante chiuda delle storie. Ma credo che il limite stia nell’eccesivo e inutile prolungamento. Tolti 20/30 minuti recupererebbe fascino.

Al di là di soggetto e stile, alcune cose sono curiose e particolarmente interessanti… Magari, anche questa volta ho visto cose che non ci sono, ma mi hanno comunque dato occasioni di pensiero…

L’uso degli spazi: mentre la casa è luogo di dolore, conflitto, scontro, tristezza anche, i paesaggi all’aperto sono culle di serenità, rappacificamenti, sentimenti (anche se estremi). E l’ospedale è sempre la sede in cui fare i conti con se stessi e le proprie fragilità, paure, debolezze. Morte compresa.

il luogo di lavoro è sempre luogo di passaggio e di mascheramento di sé: i protagonisti al lavoro sono vestiti, si muovono, parlano in modo diverso che in altri contesti. Banale? Forse. Ma una lode va a come si mostra il lato oscuro del mercato del lavoro: sei bravo e per questo osannato e richiesto. Ma se cominci a ravvisare dei mancamenti e dei dolori, non servi più. Meglio se resti a casa e ti riposi. Poi? Poi si vedrà…

Il ruolo dei bambini. Sono pochi e parlano poco. Ma capiscono e come se capiscono! Molto spesso i bambini vengono trattati dagli adulti come se fossero sordi: si parla di loro e davanti a loro con naturalezza di qualunque cosa, al limite si abbassa la voce, pensando che non sentano o non capiscano. Errore madornale. I bambini sono più recettivi di noi e nel film è delicatamente rivelato, ma fuor di retorica, senza bambini prodigio con un piccolo Aristotele nel cuore!

Manca invece la generazione degli adulti, quelli veri, quelli che hanno la maggior parte della loro vita alle spalle. Eccezion fatta per la madre di Paolo/Santamaria sola, malata e impotente, è la generazione assente. Non so se il messaggio fosse questo, ma personalmente credo sia un’interessante rappresentazione di questa Italia che va a rotoli… Tra giovani-adulti ancora alla ricerca di sé e adulti-pensionati assenti, chiusi nelle loro case e nei loro diritti protetti.

Bravi gli attori. Tutti e sempre si confermano capaci di trasmettere i personaggi che sono stati loro affidati. L’assenza della Mezzogiorno si sente, ma forse è inevitabile e la Puccini è brava nel ruolo e a renderlo anche simile al precedente. Dopo ricordati di me un amico mi aveva detto: «se non altro Muccino fa recitare bene anche la Bellucci!». Credo fosse esagerato, povera Bellucci! Ha i suoi pregi d’attrice… Certo è che gli attori anche qui rendono. E come se rendono.

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