«Il figlio più piccolo» di Pupi Avati
mar 4th, 2010 | Di UnaLettrice | Categoria: SpettacoloDiciamo subito che non ci è piaciuto. Scorre, non annoia e strappa anche qualche sorriso. Ma si ferma qui. Raccontando una non-storia, che lascia veramente poco.
Sempre meglio di molti altri, ma sarà per le attese molto alte – dato il regista, sarà per l’umore poco adatto, di fatto il film è sembrato proprio deludente.
Se voleva essere il tentativo di raccontare alcune facce del nostro tempo poteva osare di più, uscendo da schemi banali quanto abusati. Invece si è limitato a riprodurre stereotipi e cliché, contornati da una notevole quanto nauseante dose di retorica.
L’imprenditore asettico, anaffettivo, calcolatore che arriva al successo grazie ad un sistema politico ed economico corrotto e connivente e un entourage magari critico ma obbediente perché ricattabile.
Un consulente di riferimento abile e senza scrupoli che però viene da un convento, veste sandali francescani e soffre di ipocondria. Si scoprirà che fu il destino precocemente crudele a renderlo così cinico. Oh, poverino!
Una futura moglie ricca e grezza, prestata alla politica in epoca televisiva, sposata per convenienza; ragazze belle e disposte a tutto per una comparsata oppure insignificanti, ma allora di cuore e relegate a lavorare in periferia.
Un figlio un po’ «strano» solo come un cane ma, in fin dei conti, serafico e ottimista.
Una ex-moglie instabile (detta non a caso «scemina») ma buona di carattere e musicista e paroliere per passione, tradita ma ancora innamorata, derubata ma sempre benevola. E che pur non lavorando riesce a sopravvivere in una casa (non sua) a Bologna città. Soprattutto grazie ad un figlio che, da semplice barista, riesce a mantenerla con il fratello che studia al DAMS e a passare loro notevoli quantità di denaro. In che mondo ciò è possibile? Forse Avati ignora i minimi sindacali oppure ha scordato di raccontare pezzi di storia.
All’inizio si fatica a capire: di per sé la necessità di ricostruire passati e personaggi avrebbe del bello, se non fosse che non si capisce se la confusione d’esordio sia voluta o non sia piuttosto l’esito di un montaggio riuscito male.
Anche l’audio, in molti punti, è scadente con gli attori che doppiano se stessi ma visibilmente fuori sincrono e con cambi di volume e tonalità che stridono con la narrazione.
Il finale è inesistente o quasi. Se la scena conclusiva è densa, evocativa, quasi commovente, la storia è come se si disperdesse in mille rivoli sospesi: che succede a quel figlio «maggiore» serio, disincantato, impegnato, lucido (peraltro unica vera vittima del sistema)? Semplicemente scompare… Perché «il buono» letteralmente fregato dal padre e firmatario di documenti ufficiali pericolosi non viene perseguito dal sistema giudiziario? Ah già, i «buoni» vengono protetti dal sistema… E di cosa vive la famiglia «ritrovata» senza niente?
In quale mondo questo è minimamente probabile, quel tanto che basta per rendere il film piacevole? Non ne conosco alcuno.
E qual è il messaggio? Che i cattivi, alla fine, pagano sempre? Che i buoni sentimenti sono ciò che conta? Che il perdono è l’unica via? Che è meglio essere inconsapevoli e sorridere che consapevoli e piangere? Anche fosse uno di questi, le cose si confondono perdendo credibilità.
Per non parlare di una «Laura Morante = bella donna ma dai nervi provati». Vorrei vederla, per una volta, a fare lei la donna forte, l’arcigno avvocato, la consulente senza cuore e senza scrupoli che fa girare chart e percentuali, il corrotto pubblico ufficiale…
La sensazione è quella di un regista che descrive il mondo dei miseri, degli infelici, degli «strambi», ma lo fa mentre lo guarda dall’alto senza sentirlo, senza capirlo e per questo senza conoscerlo veramente. E, quindi, senza poterlo trasmettere.
Anche perché quando poi si dedica a dimensioni universali, la cosa riesce. E come se riesce. Se qualcosa da salvare anche in questo film c’è, è la scena di dialogo toccante tra «scemina» e il figlio Baldo: la madre (Morante) che, da illusa, illude Baldo raccontandogli la sua versione della telefonata dell’ex-marito/padre che li riguarda. Parole, atmosfera, sguardi che commuovono…
Accanto a questo, un altro innegabile plus risiede nelle interpretazioni di due grandi attori del nostro cinema: Luca Zingaretti e Christian De Sica. Il primo perché conferma la sua capacità di rendere sempre lo spessore e la personalità (positivi o negativi che siano) dei personaggi cui dà vita. Il secondo perché, ancora una volta, dimostra di quale bellezza artistica sarebbe capace se non si dedicasse solo a cinepanettoni e box office garantiti.






















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