22 July 2017

Departures – partenze

ago 5th, 2010 | Di UnaLettrice | Categoria: News, Spettacolo

Mostrare la morte, partire dalla fine, è un modo forse non originale di parlare della vita. Ma non per questo più facile. Affrontare il tema in modo delicato, non banale, rispettoso dei sentimenti di tutti, anche di chi magari ha appena superato un lutto, è anzi impresa difficile e impegnativa.

Il protagonista di Departures è Daigo, un giovane aspirante musicista – violoncellista per la precisione – che rimane appiedato quando l’orchestra in cui si esibisce (in modo mediocre) si scioglie per mancanza di seguito. Non rende.

Torna così al paesello d’origine e – causa equivoco – si presenta come unico candidato ad un bizzarro colloquio di lavoro: accompagnare persone durante viaggi. Solo dopo aver incontrato il capo e solo dopo aver visto i primi soldi (difficile a quel punto tornare indietro), capisce che l’accompagnamento non è esattamente da guida turistica. Perché è il viaggio a non essere un viaggio turistico. È un viaggio più doloroso, per chi lo percorre e per chi lo sta a guardare. Quello che faremo tutti, IL viaggio per eccellenza, quello che ci attende senza distinzioni (a dispetto di sperimentazioni scientifiche per prolungare la permanenza terrena) verso quel Dopo, quell’Ultra-, quell’Eterno che nessuno può decifrare ma solo sentire, credere, attendere… Daigo sarà infatti tanatoesteta: si occuperà di vestire e truccare le salme.

Inizia così, dopo un primo impatto sconvolgente, un percorso spirituale attraverso volti ormai spenti, lacrime, incontri, abbracci, vite dai colori e dalle forme diverse; di casa in casa, di famiglia in famiglia, di storia in storia con un impegno sempre più sentito di dare dignità ai defunti e sollievo ai vivi.

Il film sembra suggerire e racchiudere, con una grazia e una ritualità tutte orientali, l’essenza stessa della vita: a partire dalla morte, percorre con una soffice lentezza le scelte e le giornate del protagonista, contornate da nuvole, foschie, neve… fenomeni naturali sempre pronti a confondere la via. Dà spazio al cibo: «per vivere devi mangiare. Allora se mangi, mangia bene» si recita più o meno. Cita il rapporto imprescindibile con i genitori, nel bene e nel male segno sul nostro passato, sul nostro presente, sulla nostra stessa identità; mostra l’amore come scelta, non sempre facile, da rinnovare ogni giorno per offrirsi sostegno reciproco. C’è il sogno, come voglia di seguire la vita a proprio modo. E c’è la musica: emblema di arte, passione, devozione, sogno, generazioni unite dalla trasmissione di un prezioso sapere.

Il tutto chiuso da una cancello. Quel cancello che ci attende tutti, a prescindere dalle nostre idee, le nostre valigie, il nostro bene, il nostro male, i nostri affetti, i nostri errori…

Il film parla della morte per parlare della vita, con un’area di sacralità che trasuda rispetto verso tutto ciò appare sullo schermo.

È un volo magicamente sospeso tra ironia e profonda drammaticità. Un viaggio tra la vita e la morte per sondare ciò che sta in mezzo.

Una scheda del film è disponibile qui.

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