29 May 2017

Memorie di fine anno

gen 9th, 2012 | Di Donovan | Categoria: News

Sta terminando un anno difficile ( e pesantuccio assai )  un po’ per tutti e, per tutti, è tempo di fare rapidi e fugaci  o lunghi e meditati bilanci su quello che, ad ognuno, è capitato.

Per fortuna, nell’arco di 365 giorni, le cose positive superano – in generale – i fatti che decidiamo di cancellare/seppellire/gettare nell’oblìo ma, stavolta purtroppo, anche gli eventi non certo belli fanno comunque parte della nostra breve /lunga esistenza.

Per me che mi occupo essenzialmente di sport (ma lo pratico anche, non crediate….) il 2011 non è stato un anno particolarmente da ricordare per fatti o risultati eclatanti: tutte le manifestazioni o le singole gare più attese sono risultate, usando un termine orribilmente burocratico, “nella norma”.

E’ per questo motivo che, in questo ultimo articolo, ricorderò tre dei tanti uomini di sport che ci hanno lasciato (gli alpini usano dire, in casi luttuosi, “coloro che sono andati avanti” ..).

Magari non sono i tre più importanti ma, al sottoscritto, hanno lasciato tracce indelebili nella memoria (non solo sportiva).

Il primo non può che essere un ragazzone romagnolo, sempre contento e gioioso nel guidare una moto (come solo i romagnoli veraci sanno fare) ma ferocemente morto a 24 anni in una brutta domenica di ottobre sotto gli occhi di un padre che lo seguiva passo-passo ed una fidanzata anche lei giovane e gioiosa nei sui vent’anni (o poco più).

Marco Simoncelli – per tutti “Sic” nel mondo del Motomondiale – poteva essere, per età, mio figlio e suo padre, per età,  mio fratello. Ho sempre dichiarato la mia poca passione per i motori ma, di sicuro, quando vincono la Ferrari o un pilota italiano sono ancor più orgoglioso di esserlo.

Sic, a quanto leggo, era un compagnone casinaro, sempre pronto a scherzare ed è proprio per queste caratteristiche che di nemici, in pista, ne aveva davvero pochi (e con Dovizioso era rivalità pura ma non certo odio personale). Nel 2011 il ragazzone di Romagna è caduto spesso in gara ma, questo, fa parte del gioco/lavoro. L’ultima caduta – maledetta – gli è stata fatale praticamente subito: nulli i tentativi di tenerlo in vita. Gara annullata, sconforto, lacrime, imprecazioni.Articoli su articoli.

Il funerale al suo paese (Coriano di Rimini) e la commemorazione nella gara successiva non sono stati  tristi ma, al contrario, dei momenti di “casinoooooo” come Marco avrebbe voluto (personalmente  non sono molto d’accordo ma occorre rispettare sempre  le volontà delle persone care al defunto).

E’ pacifico che un pilota (ed una peronaggio) così mancheranno enormemente nella nuova stagione ma lo spettacolo deve continuare, anche senza il simpaticissimo, grande  ragazzone di Romagna.

Agli inizi di novembre ci ha lasciato anche Joe Frazier, stroncato a 67 anni  da  un brutto e terribile male al fegato. Morto praticamente da solo (nonostante 11 figli da quattro mogli) in una casa di riposo di Filadelfia, sua città adottiva (Joe era nato nella Carolina del Sud, antico stato dell’Unione e tuttora uno degli Stati più “bianchi” degli States). Molti si domanderanno chi fosse Joe Frazier  (forse lo sa chi ha più di 40/45 anni , ma dubito fortemente…).

Joe Frazier detto “Smoking Joe” è stato, a mio avviso, uno dei più grandi pugili della Storia (con la esse maiuscola): medaglia olimpica a Tokyo 1964 nei pesi massimi e campione del Mondo nella medesima categoria (5 vittorie e due sconfitte negli incontri con in palio il prestigioso titolo).

Joe non era un tipo brillante come Alì o potente come Foreman. Inoltre non era amato dai neri d’America perchè – secondo loro – “incarnava il povero schiavo che faceva divertire i bianchi facendo a botte su un ring”. Io l’ho amato (anche nelle sconfitte ) perchè non era fisicamente un gigante ma non aveva paura a incontrare chi era , sulla carta, più forte di lui: i tre match contro Cassius Clay /Mohamed Aly  affrontati a viso aperto, senza tatticismi ma come un carro armato che le dà (tante) e le prende (tante) fanno parte del mito, dell’epica della Boxe.Mi ricordo nitidamente i pantaloni fiorati “stile Bermuda” di Frazier  nel loro primo incontro del 1971 ( diretta Rai in notturna, rigorosamente in bianco e nero……)

E proprio il suo avversario di sempre – da anni malato di Parkinson – lo ha ricordato con parole toccanti e di estremo rispetto.

Dopo il ring il buon Joe si era messo a cantare, perchè soul e funky erano la sua vera passione (dopo il pugliato, of course). Ha anche allenato un paio di figli ed una figlia alla nobile arte. Ma poi, nel giro di due mesi, ci ha lasciato.

Dopo lui ho tifato solo per Monzon, Hagler e Patrizio Oliva (e chi saranno mai ????) ma non era più la stessa cosa………

L’ultimo accenno è al signor Martiradonna Mario, nato a Bari nell’agosto del 1938 e scomparso a Cagliari lo scorso 20 novembre.

Anch’egli non dirà niente ai giovani di oggi ma lo storico scudetto del Cagliari 1970 (davanti a Inter, Juve e Milan nell’ordine) è anche merito suo: grande difensore, ottimo marcatore (ai tempi si qualificavano come “arcigni” o “rocciosi”), adottato dalla città sarda dal 1962 sino alla fine.

Martiradonna, con il suo nome un tantino buffo, mi ricorda le figurine Panini della mia infanzia quando  erano introvabili i vari Pizzaballa Pierluigi (Atalanta), Battara Pietro (Sampdoria) o Bonfanti Aquilino (Catania).

Chi le aveva doppie le barattava – dopo lunghe e snervanti  discussioni – con un tot di Tex o Zagor rigorosamente in buono stato.

E’ per questi ricordi – unici ed imperituti  – che la morte di Martiradonna Mario  mi ha molto rattristato  facendomi scendere un paio di lacrimoni.

Potrei scrivere paginate su chi, purtroppo, ci ha lasciato nell’anno che tramonta (tanto per gradire: Socrates, Andrea Pazzagli, Gary Speed, Saveriano Ballestreros,Cesare  Rubini, Pino Brumatti, Florian Albert, Cinesinho nonchè un ‘intera squadra russa di hochey perita in un’assurda tragedia aerea di settembre) ma temo che finirei, alla lunga,  per essere noioso e patetico per chi mi legge.

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